Ciad, dentro l’orfanotrofio di N’Djamena

Sorge alla fine di una strada sterrata, lontano dal rumore dei clacson e dal traffico di N’Djamena, l’Orphelinat Dieu Bénit, che COOPI Suisse ha contriubito a sostenere con due progetti a favore dei minori non accompagnati.

Si chiama “orfanotrofio” il centro Dieu Bénit, eppure, entrando nel cortile interno, oltre le pesanti porte di ferro che lo separano dalla strada, l’atmosfera è molto diversa dal grigiore desolante che la parola “orfanotrofio” evoca. Diversi bimbi, di tutte le età, giocano all'aperto, qualcuno fa i compiti in biblioteca, altri dormono nei letti a castello delle loro stanze, le porte aperte sul cortile.

«Dieu Bénit, così come gli altri centri di accoglienza, nascono da iniziative locali come risposta all’abbandono dei minori e per offrire un sostegno alle famiglie che non si possono occupare dei figli per diversi motivi», spiega Elsa Mbebangu, psicologa e coordinatrice del progetto per Coopi. A fondare l’istituto nel 2011 è stata una cittadina di N’Djamena, Nadjimbaidjé Séphora, 57 anni, rimasta a sua volta orfana di padre molto giovane e per questo desiderosa di aiutare chi si trova nella sua stessa situazione. A fare funzionare il Dieu Bénit, oltre agli operatori, anche un gruppo nutrito di volontari locali.

«Nell’ambito del progetto abbiamo attivato una formazione psicosociale, per fornire alle persone impegnate negli istituti degli strumenti che consentano di gestire i casi più delicati». Al momento sono 55 i minori presenti nell’ orfanotrofio, oltre a loro anche venti ragazzi che, sempre all’interno del progetto, stanno partecipando ad un percorso di reinserimento familiare.

«Oltre al lavoro di formazione e sostegno psicologico, abbiamo anche fornito i kit scolastici e attivato delle iniziative di avviamento professionale». Un’aula scolastica è presente anche all’interno della struttura, proprio vicino alle stanze. Diversi tra i bimbi e i ragazzini hanno ancora una famiglia, che ha però accettato di mandarli al Dieu Bénit per farli studiare e offrire loro un’opportunità in più. «Una volta questa era una pratica molto più diffusa», spiega Mbebangu, raccontando che oggi per le famiglie, anche le più indigenti, è molto più difficile compiere questa scelta. La frattura, profondissima, nel 2007, con lo scandalo della charity Zoe’s Ark103 bambini erano stati allontanati dalle famiglie con la promessa, da parte della non-profit, di mandarli a scuola. I piccoli, spacciati per profughi del Darfur, erano invece stati portati in Francia, per essere dati in adozione a famiglie francesi. Un trauma collettivo che ha lasciato un segno in un’intera generazione di genitori ciadiani. «Le famiglie hanno paura di non rivedere più i propri figli, se permettono loro di allontanarsi per frequentare la scuola. Perfino le donne che si trovano in carcere non vogliono lasciare andare i figli», continua Mbebangu. «Moltissime sono spaventate e, di conseguenza, tanti bambini piccoli non possono avere accesso alle scuole».

Lo scandalo di Zoe’s Ark ha provocato una stretta fortissima anche alle adozioni internazionali, rendendo il Ciad un Paese in cui adottare è difficilissimo. Per i bimbi orfani e senza altri parenti che possano prendersi cura di loro, la probabilità più alta di trovare una famiglia è essere adottati da cittadini ciadiani.

Dipinti di fresco, i muri colorati di giallo si stagliano contro il cielo azzurrissimo della città.

«I bambini e i ragazzi presentano delle problematiche diverse. Prima di tutto, il trauma della separazione dai genitori, che si ripropone spesso durante l’adolescenza, nella definizione dell’identità», spiega la coordinatrice, sottolineando che spesso i bambini che arrivano all’orfanotrofio, si lasciano alle spalle storie di violenza e altri eventi traumatici. «C’è chi è reduce di abusi, e chi è stata sottoposta ad un matrimonio forzato, nonostante adesso questa pratica sia ormai illegale».
È proprio la piaga dei matrimoni precoci a rappresentare ancora oggi una delle battaglie più importanti da portare avanti per i diritti dei minori in Ciad.

«La situazione dei minori in questo Paese è ancora molto complicata. Le problematiche gravi sono diverse, legate, in molti casi, alle situazioni di fragilità e povertà delle famiglie. Si va dallo sfruttamento sessuale, all’ alto tasso di lavoro minorile, fino al reclutamento, terribile, dei bambini nei gruppi armati», conclude Mbebangu. «Alcuni passi avanti importanti sono stati fatti. Ma non ci si può fermare. Qui si sta parlando del futuro del Paese». Di una parte dell’Africa e di una parte del mondo.

 

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